e ora?

In questo periodo ho incontrato molti clienti, amici,un po preoccupati, in tensione. Tanti mi hanno fatto la stessa domanda

E adesso cosa succederà? Come affrontare questo periodo?

Capisco che colui che si sente l’onere e la responsabilità di gestire un azienda in questo momento sia preso perlomeno da sconforto

Non esistono più riferimenti certi.

- La borsa non sa dove andare

- I politici non sanno cosa fare

- Gli imprenditori sono spaventati

- Gli imprenditori che sono sul pezzo  vogliono fare i politici

L’economia……. lascio a voi il commento

In molti mi avete chiesto se organizzavamo anche quest’anno un incontro sulla falsariga di quelli dellautunno 2009 2010.

Non era previsto ma viste le vostre richieste lo faccio molto volentieri,

anche perché ci sono un sacco di novità all’orizzonte.

La data prevista è il 27 ottobre

A presto

PS (una certezza)

Più le difficoltà sono grandi

Maggiori sono le opportuità

SALDI ESTIVI

Avevamo anticipato gia’ da molti mesi cosa sta accadendo oggi all’economia e ai mercati
Avevamo anche fatto una raccomandazione. Quando succedera’ mi raccomando
NON COMPRATE O LEGGETE I GIORNALI
NON ACCENDETE LA TELEVISIONE PER NESSUN MOTIVO AL MONDO
Facciamo un eccezione a questa regola ma solo per questo articolo
apparso oggi sul corriere della sera, l’unico articolo che ha un senso di leggere
Buona lettura

Saldi folli a «Pazza Affari»:
chi non vale il proprio tesoro
Generali costa meno degli immobili, Eni un sesto delle riserve e Intesa a stento eguaglia la collezione d’arte

Immaginate questa scena: decidete di vendere il vostro appartamento e lo fate valutare. Il prezzo, vi dicono, è inferiore a quello del parquet della sala da pranzo. Cosa pensate? Più o meno la stessa cosa accade oggi in Borsa. Compagnie di assicurazioni che capitalizzano meno del valore dei propri immobili; società industriali che non valgono gli impianti; banche che hanno appena ricapitalizzato ma sul cartellino del prezzo i soldi freschi sono spariti. Verrebbe da domandarsi con un gioco di parole: siamo in “Pazza Affari”?
Eppure le cose stanno proprio così. Prendiamo le Assicurazioni Generali: un tempo la compagnia era definita la Regina della Borsa. Prima della grande crisi, quella del 2007 iniziata con i subprime americani, valeva in Borsa 42 miliardi. Ieri, dopo aver perso il 4,5%, ne valeva 18. Il Leone di Trieste ha asset investiti per oltre 470 miliardi (l’equivalente di un terzo del Pil italiano), dei quali almeno 25 in immobili ed è appena diventata azionista di maggioranza di Citylife. Possibile che l’intera compagnia possa essere comprata con un assegno che vale due terzi del 7% circa degli investimenti propri, pari più o meno a 325 miliardi?

E che dire di una banca come Unicredit, che ha interessi in 22 Paesi e una rete in 50 mercati? Quando, nel maggio 2007, è stata avviata la fusione con Capitalia l’istituto di Piazza Cordusio valeva circa 70 miliardi, quello romano 17-18. Oggi il prezzo in Borsa del predatore, che nel frattempo ha rafforzato il patrimonio con aumenti per 6 miliardi, equivale a quello di allora della preda: dopo la caduta di ieri del 7,2% la capitalizzazione è pari a circa 17,5 miliardi. Possibile che del “fiero pasto” sia rimasto solo il cibo? Per di più di un gruppo che può vantare un tesoro di 60 mila opere d’arte? E cosa dire di Intesa Sanpaolo? Quando si è cominciato a parlare di nozze, nella primavera del 2006, la banca milanese quotava circa 34-35 miliardi, la torinese 28. In tutto il valore di Borsa dell’istituto unito, che al debutto in Piazza Affari nel gennaio 2007 valeva 67 miliardi e che ha da poco concluso un rafforzamento da 5 miliardi, ieri dopo il calo di quasi il 10% viaggiava sotto i 20. Metà circa della sola Banca Intesa di allora. Possibile per un gruppo che, tanto per citare qualcosa di più «concreto» del denaro, ha una collezione di capolavori che annovera perfino Caravaggio, senza trascurare Balla, Boccioni, Carrà o De Chirico? Valutazioni impossibili, certo, ma i nomi danno forse più senso al nonsense delle quotazioni di Borsa.

Stupisce di meno forse se si pensa che ai dati di allora la maxi fusione fra Unicredit e Capitalia aveva dato vita al «primo gruppo bancario dell’Eurozona, settimo al mondo», subito dietro il colosso inglese Hsbc. Mentre oggi la capitalizzazione di tutto il settore bancario italiano vale due terzi quella di Hsbc, che pure ieri ha perso il 5%. E così i paradossi allo sportello quasi non si contano: basti pensare al Banco Popolare, che ha realizzato un aumento da 2 miliardi all’inizio dell’anno e dopo aver perso ieri il 7,7% vale 2,2 miliardi, mentre la sola controllata (in modo pressoché totale) Credito Bergamasco, che ieri in controtendenza ha guadagnato l’1,65%, ne capitalizza 1,44. O a Mediobanca, che ieri ha ceduto il 2% circa e vale 5,5 miliardi, metà di quanto raccoglie la sola controllata Chebanca! Se poi si esclude dalla capitalizzazione la partecipazione in Generali, pari al 13,2%, la banca d’affari fondata da Enrico Cuccia «prezza» oggi 2,3 miliardi circa.

Ma se la Borsa è pazza con le banche, spesso non lo è meno con le società industriali. Si prenda per esempio la Fiat: ieri ha lasciato sul terreno quasi il 12% e capitalizza circa 5 miliardi, circa metà di quanto sono valorizzati in bilancio i suoi impianti. Per comprare tutta Telecom (ieri meno 4,1%) bastano 11 miliardi: prezzo alto o basso? Debiti a parte la sola rete, quando se ne è parlato, si stima valga il 20% di più. E l’Eni? Il nostro colosso petrolifero, ieri anch’esso giù di quasi il 5%, è ancora il re del listino con 53 miliardi di capitalizzazione, anche se la crisi dal 2007 gli ha fatto perdere per strada circa 50 miliardi. Oggi però vale meno di un sesto del valore attuale delle «sue» riserve certe di petrolio. E circa un quinto di Exxon Mobil. Che, come Apple, quota «solo» 100 miliardi in meno di tutta, ma proprio tutta, «Pazza Affari».

Sergio Bocconi
19 agosto 2011 10:33

PEOPLE, PLANET, PROFIT

Ancora una volta il Professor Dipak Pant ci è venuto a trovare per aiutarci a cavalcare il particolare momento economico che stiamo attraversando, e a scoprire nuove energie e nuove risorse.

Non possiamo di certo fare finta di nulla di fronte ai continui messaggi che ci bombardano ricordandoci che c’è la crisi, che la crisi è appena iniziata o che sta per finire, ma possiamo analizzare la situazione in modo razionale per studiare la migliore strategia non semplicemente di sopravvivenza ma di successo.

Non è infatti la prima crisi che il nostro secolo si trova ad affrontare, ma è l’evoluzione di un mutamento che ha avuto inizio dopo il secondo conflitto mondiale: la situazione economica attuale  nasce dopo la guerra come un’economia del bisogno, come carenza causata dalla guerra stessa; trasformatasi nel corso della seconda metà del secolo in economia del desiderio, delle cose belle e di qualità, oggi è giunta al collasso. Il ben avere non può durare all’infinito: quante camicie possiamo indossare, quante automobili possiamo guidare?

Come affrontare allora la situazione? Quale sarà il nuovo tipo di economia che nascerà da questa crisi?

Il Prof. Pant ha le idee ben chiare in merito: non bisogna intraprendere la strategia della comparazione, che spinge alla guerra del costo, ma della competizione sana dei luoghi sistema. In questo nuovo orizzonte le aziende diventano portatrici esemplari del cambiamento fondato sulla sostenibilità. La mediazione delle esigenze delle persone, del profitto e del pianeta determina l’eccellenza del luogo sistema, microcosmo delle nostre relazioni. Questa realtà non copiabile, e quindi unica, è il fiore all’occhiello del nostro paese che deve puntare sulla leadership culturale d’impresa, che storicamente l’ha contraddistinta e che oggi più che mai deve diventare il business prossimo futuro.

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